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	<title>Andrea Nanetti BLOG</title>
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		<title>Fare l’Europa da Nord a Sud rileggendo De Amicis (1846-1908) e Tomasi di Lampedusa (1896-1957)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 18:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Nanetti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Folco Portinari, introducendo il Meridiano delle <em>Opere scelte</em> di Edmondo De Amicis (1996), scrive: «Se ci volessimo interrogare su quali problemi, la raggiunta unità d’Italia pose ai suoi governanti, dovremmo rispondere che furono molti e molto seri, se si trattava di tenere assieme ciò che per secoli assieme non s’era tenuto, anzi, che aveva semmai esaltato le differenze municipali, approfondito le separatezze, con scarsa voglia dimostrata, se non per <em>élite</em>, di tenersi assieme tutti quanti… Uno fra tutti, comunque, mostrava la sua urgenza, il problema della lingua, funzionale avanti d’essere glottologico, retorico, poetico: capire e farsi capire da un popolo analfabeta oltre il 90% e italofono simmetricamente al 10%».</p>
<p>E qui si apre il problema dell’educazione, dell’avviamento alla vita, tanto caro a tutto lo scrivere deamicisiano. Il nodo fondamentale del fare Europa oggi.</p>
<p>In De Amicis, dopo <em>Cuore</em> (Editore Treves, 17 ottobre 1886, primo giorno di scuola) ricco di spunti morali attorno ai miti del Risorgimento italiano, l’idea nazionale che aveva animato il romanzo venne a poco a poco abbandonata. Il mutamento d’indirizzo è chiaro nelle opere, in cui rivolge l’attenzione alle difficili condizioni delle fasce sociali più povere, e nei fatti: dal 1890 maturò un progressivo avvicinamento al socialismo fino all’adesione al partito nel 1896.</p>
<p>Ricordi d’un viaggio in Sicilia (1908) è tra le sue ultime opere. E dalla Sicilia viene la seconda riflessione sull’Europa di domani.</p>
<p>Difficile/inutile aggiungere parole a una terra che sembra trabocchi di pensieri/immagini di sé. Leggendo il Gattopardo, il desiderio di Sicilia è tanto, ma oggi non trovo altro modo di appagarlo se non nello scrivere. Da un canto la malia fascinosa della Sicilia sa di uomini e terre lontane che qui hanno rifuso le loro essenze; dall’altro il testo in questo 17 marzo 2011, 150° anniversario dell’Unità d’Italia, lo sento di grande attualità: trattasi solo di capire quale sia il ceto che oggi sta a «contemplare la propria rovina senza avere nessuna attività e ancor minor voglia di porvi rimedio». A ciò si aggiungano le immagini che illustrano il quadro civile del tempo. Ben s’attagliano <em>mutatis mutandis</em> anche all’Italia di oggi: il regno delle Due Sicilie («corte sciattona»), la società palermitana («habitat molliccio»), e cinicamente poi tutta la terra di Sicilia che «da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia», per continuare poi nella metafora della rose <em>Paul Neyron</em> («eccitate prima e rinfrollite dopo dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana, arse dai lugli apocalittici»), in cui si può leggere la fine riservata agli stranieri colti ed economicamente benestanti, cioè agli investitori internazionali, a tutti coloro che con passione e amore creano e costruiscono futuro.</p>
<p>Si può proseguire nella lettura del Gattopardo. Tra gli odori sensuali del giardino di villa Salina a Palermo e le cosce delle ballerine dell’Opera di Parigi, il discorso va greve, cupo e freddo, al cadavere del giovane soldato che era stato rimosso dopo che le «zaffate dolciastre» avevano invaso già tutta la villa. Si presentano così il 5° Battaglione cacciatori e le squadre dei ribelli, per cui simpatizza il soprastante. Ma, è solo una parentesi e si torna subito al giardino, dove però la domanda chiave nasce dalla riflessione solitaria del principe Fabrizio: «per chi e per che» era morto quel giovane soldato?</p>
<p>Dopo aver rivisto il Gattopardo (e oggi è il suo giorno), è bello anche sprofondare negli “Italiani” di Maurizio Ponzi, un film prodotto in Italia nel 1996, ambientato nell&#8217;estate del 1965. Su un treno partito da Palermo e diretto a Milano si incrociano le storie di siciliani poveri in viaggio verso la possibilità di un lavoro. Tra questi un insegnante, un&#8217;infermiera triste e un industriale col figlio. «Stracci e miseria», dice uno dei ragazzi che lascia la Sicilia per Milano. Mentre il convoglio è costretto a fermarsi improvvisamente nella notte, sugli altri binari passa un treno diretto verso il sud che trasporta gli stessi personaggi, trent&#8217;anni dopo, senza stracci ma con tanta più miseria umana.</p>
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